sabato 26 agosto 2023

Fatali inconvenienti del non sapere la storia

 


A fine settembre 1502, quattro signorotti dell'Italia centrale al servizio di Cesare Borgia, avendo visto il loro padrone – che già s'era preso la Romagna – prendersi anche Urbino e Camerino e fare calcoli su Bologna, temendo di fare la stessa fine, si trovarono con altri scontenti alla Magione, sul lago Trasimeno; e lì ordirono una congiura per abbatterlo. 
Dopo i primi successi militari, sorsero però ripensamenti e il gruppo dei congiurati si sbandò. Subito, il Capitano della Chiesa tese loro la mano, proponendo di tornare amici e confermandogli terre e stipendi. Un incontro fu fissato a Senigallia, per il 31 dicembre; con ricco cenone - immaginiamo - a suggello della ritrovata armonia.

Oliverotto, Vitellozzo, Francesco e Paolo Orsini si presentarono all'appuntamento e vennero affabilmente accolti. Dopo una decina di minuti di sorrisi e convenevoli, improvvisamente il Duca si allontanò e i quattro furono circondati e legati. Oliverotto e Vitellozzo furono garrotati quella notte stessa (brutto capodanno), spalle contro spalle, con un unico laccio e torcolo. Per i due Orsini, ragioni politiche suggerirono di ritardare lo strangolamento di tre settimane.

Il notissimo – e mitologizzato – segretario fiorentino (Ser Nicolò), in missione sul posto, fece - abbagliato dall'energia - scrupoloso racconto al suo governo della bravura di quel Principe.
Lo stato-opera d'arte di Cesare Borgia si sfasciò sette mesi dopo e lui, terminati vagabondaggi e carcerazioni, andò a morire ammazzato in Navarra, circa 4 anni dopo, mercenario al servizio di un suo cognato.

Dai Babilonesi ad oggi, la storia è piena di parole date e non mantenute, di vassalli ribelli “perdonati”; di tiranni trionfanti e, all'apparenza, duraturi. Si tratta solo di avere l'occasione - e la pazienza - di studiarla.


                                                                                                                       gm






giovedì 16 marzo 2023

Tu chiamali se vuoi... di istruzione (30/1/2012)




Qualche anno fa, a metà Dicembre, una 5a Liceo scomparve dalla mia vista. Gita a Praga. Viaggio d'istruzione. Servirà pure a qualcosa la scuola. Bisogna avere 18 anni e buona salute, per capire sino in fondo cosa l'immaginazione associ ad un viaggio con le compagne di classe. Siccome erano canaglieschi e simpatici, e ci parlavo, al rientro, nei pochi giorni che mancavano a Natale, li intervistai. Ecco una sintesi di quell'umana vicenda:I professori? Li vedevamo solo al mattino e per la cena, in albergo; ci credo...era pagata. Pomeriggio? Per conto nostro. Sera? Per conto nostro. I professori? Per conto loro. Verso le 23 andavamo in discoteca...ce ne sono un sacco a Praga...Sì, sì, ogni notte. Rientro? Verso le 5...a volte le 6. L'indomani ci alzavamo un po' stressati...Le visite guidate? Mah, non è che fosse sempre un obbligo...una volta c'era da scegliere: o quella "palla" del Cimitero Ebraico, o un giro libero per la città, con la guida. La guida ci ha mollato presto, e allora siamo andati al Museo del sesso. Sapesse professore! Un filmino porno...del 1926...(risate). Poi ci sono i Pub, vedesse...la birra è buona e costa poco...Si è ubriacato persino XY (risate)...era talmente "fatto" che, mentre ballava, non faceva altro che mettere le mani sul sedere delle ragazze. Erano locali "speciali"...al primo piano si beveva e si ballava; al secondo si vedeva lo streep (delle bambole professore!). Indovini al terzo...(risate). Bastavano 2000 corone, cioè circa 40 euro...no, no, non ci è andato nessuno, sta scherzando!?. Per strada ci seguivano dei negri...in continuazione, un tormento...Cosa volevano? Offrivano sesso, donne...prestazioni...prezzi modici (risate). Il viaggio?...bah, tutto compreso 360 euri...Si, abbiamo visto piazza San Venceslao dove quel tizio si è dato fuoco...e il Palazzo Reale...bello...Una sera, prima della discoteca, siamo usciti un po' coi professori: siamo entrati in un locale dove facevano la lap dance...Don XY se ne è uscito di corsa...era scandalizzato, sembrava avesse visto il diavolo! (risate)...Non ho mai fatto un viaggio di istruzione e penso proprio che continuerò a privarmene. Al loro, ripetuto, "Ci porta in gita?", ho sempre risposto, "Mi spiace ragazzi, voglio morire illibato". Uomo di corte vedute. In compenso ho, sul tema, un discreto repertorio di aneddoti: si va dalla bancarella di souvenirs depredata ad Assisi da gentili cavallette, al water divelto da baldi giovani e poi lanciato nel cortile di un alberghetto in provincia di Cagliari; dall'ovazione sul pullman, alla notizia che il Palazzo dei Papi, ad Avignone, è chiuso per lavori ("ce la siamo scampata bella!"), al sacerdote accompagnatore che, a Barcellona, rientrando in Hotel, trova in un corridoio un'alunna abbracciata ad una compagna; per un attimo teme sia lesbismo; e subito si calma scoprendo che la compagna è "solo" un cameriere dalla lunga chioma. Lussuria sì; ma secondo natura. C'è, poi, la storia di un disperato Prof che, a notte fonda, per ricacciare l'orda nelle stanze, deve menare colpi di asciugamano bagnato. E l'elenco potrebbe continuare. Naturalmente, qualche serio collega potrebbe qui adontarsi, e osservare che non sta bene generalizzare; e che lui, di viaggi, ne ha fatti e visto fare di ben diversi. E io non mancherò di credergli sulla parola; solo che, come sempre, è tutta questione di denominatore. Seri? Quanti sul totale di quelli effettuati? Ecco un bel programma di ricerca per i ministeriali indagatori della "qualità". E per i Teoreti che ogni quattro anni provano a ristuccare il mondo; e ai quali non passa mai per la testa l'unica cosa importante da capire: e cioè che nella Scuola Italiana, tra viaggi siffatti e mille consimili scempiaggini, praticamente non si studia più. Verità luminosamente presente, invece, a quella accompagnatrice che, in piena sala professori, con tono deliziosamente svagato, ebbe pure il coraggio di dire, "Mi sento già in vacanza...sarà per il viaggio di istruzione...".
               
              
                                                                  Gigi Monello

mercoledì 1 marzo 2023

Caso Cospito: un confronto facile, facile


 

Procurarsi gli attrezzi per la bisogna non fu cosa difficile: due pentole, un tubo di ferro e un bloccasterzo. La coppia di cinquantenni benestanti fu tramortita di sera, al rientro a casa, e poi finita con ripetuti colpi sulla testa. Non fu cosa veloce: quasi un’ora di agonia. Era il 1991; i responsabili furono trovati in poco tempo: quattro ragazzi della provincia veronese; uno di loro, il più grande (20 anni), era il figlio dei martirizzati. Un dilettante: la simulazione del furto apparve subito goffa, e lui stranamente freddo. Avevano una colpa, i suoi genitori; imperdonabile: sarebbero verosimilmente campati ancora a lungo; impossibile aspettare tanto per ereditare. Il figlio - l'ideatore - prese trent’anni. Ne fece 22 e, nel 2013, uscì. Cinquantenne, oggi vive tranquillo, lavora, si diverte il giusto (supponiamo); forse frequenta ancora discoteche. Ha detto di essersi pentito. Può essere. Tuttavia riesce difficile giudicarlo una “bella persona”.

Veniamo ad anni più vicini e consideriamo un secondo “dilettante” del crimine, quasi coetaneo del primo. Storia assai diversa: politicamente imbevuto di ideologia anarco-insurrezionalista, si è da tempo convinto che, per educare le masse, occorra colpire i simboli dello Stato; nemici a caso; non importa chi siano; bersagli a prescindere; basta che rappresentino il male. Nel 2006 piazza due bombe davanti alla caserma dei Carabinieri di Fossano (Cuneo) e alla contigua Scuola Allievi. Gli ordigni, programmati per esplodere a 25’ l’uno dall’altro (vecchio trucco), lo fanno; ma esperienza dei “destinatari” e fortuna, vogliono che nessuno ne riporti un graffio. Tempi mal calcolati? Forse. Nel 2012 dopo aver gambizzato a Genova un dirigente Ansaldo, viene preso e da allora sta in carcere. Per coerenza etico-politica, non si è mai pentito. Anche in lui non riesce facile vedere una “bella persona”. Con una differenza: le intenzioni del primo soggetto sono transitate nel mondo dei fatti; quelle del secondo, no. Chi lo difende, dice, “Non ha mai ammazzato nessuno”. Meglio sarebbe dire, “Non gli è mai riuscito…”. Ma qualunque cosa si voglia pensare, un fatto resta netto e solido: non ha morti ammazzati di cui rispondere.

Confrontiamo i diversi destini: al primo, 22 anni di galera; al secondo ergastolo ostativo (41 bis); una quasi morte. La Giustizia penale ha da essere retributiva, cioè aritmetica, cioè proporzionale. Se qualcuno ci spiegasse l’arcano.

                                                                             gigi monello

mercoledì 28 dicembre 2022

Manzoni: l'impegno c'è ma non si vede




Insondabili congiunture internettiane hanno rimesso in circolazione l'argomento con cui Umberto Galimberti auspicava, due anni fa, la scomparsa dei Promessi Sposi dalla nostra scuola: un'opera che, facendo della Provvidenza l'artefice della storia, manda ai giovani un messaggio di disimpegno. Da quanto si desume dalle immagini, l'esternazione viene fatta proprio davanti ad un uditorio di giovani, che reagisce con un divertito mormorio.

Questo, dei Promessi Sposi come romanzo della Provvidenza divina, è uno dei più triti luoghi comuni che periodicamente dalle aule scolastiche passa sui media. Perché nel romanzo – a leggerlo bene – la Provvidenza è tanto presente nelle parole, quanto assente (o equivoca) nei fatti.

Prendiamo uno dei casi più famosi: il vecchio servitore in casa di Don Rodrigo, che per scrupolo di coscienza, informa Padre Cristoforo delle losche mene del suo padrone (P.S., cap. VI ).
 Dopo il burrascoso colloquio con il prepotente e l'incontro col servitore, così il frate rincuora i suoi protetti, Nondimeno, confidenza in Dio! … lascia fare a Lui, Renzo; e sappi… sappiate tutti ch'io ho già in mano un filo, per aiutarvi. Per ora non posso dire di più (P.S., cap. VII). 
Nella realtà dei fatti quel filo si perde e la scelleratezza fallisce non perché una mano invisibile la fa fallire; ma perché il Caso vuole che due progetti umani (il rapimento di Lucia e il matrimonio a sorpresa) “si imbroglino” nel tempo: dimodoché mentre i bravi tentano di sorprendere Lucia in casa sua, la medesima è, a sua volta, impegnata a sorprendere Don Abbondio in casa propria. Quando, di ritorno a casa (con un palmo di naso), la comitiva dei buoni incontra Menico (l'inviato della Provvidenza), i giochi sono già belli che fatti, visto che gli sgherri, sentite le campane (che non suonano per loro), stanno prestamente tornando (con un palmo di naso) alla loro tana.

E adesso chiediamoci: che sarebbe successo senza Menico? Possiamo immaginarlo: i nostri umili eroi sarebbero rientrati in casa (senza pericolo alcuno di brutti inciampi, visto che i bravi ne uscivano in direzione opposta); avrebbero realizzato che era l'unica del paese ad essere stata manomessa e ne avrebbero tratto la sola logica inferenza possibile: volevano prendere Lucia, che per pura combinazione (miracolo?) è salva. A questo punto, il buon Padre Cristoforo, non appena informato, avrebbe subito dato, pari pari, lo stesso ordine impartito a mezzo Menico; far subito scomparire la minacciata. Ruolo della Provvidenza? Praticamente zero. A meno che a qualcuno non venga voglia di obiettare che, senza diretto avviso, i nostri contadini sarebbero rimasti nel dubbio di un furto. La saggezza probabilistica dei villani di Lombardia, non doveva essere, nell'ottocento, inferiore alla nostra.

Vediamo un'altra famosa prova di Provvidenza all'opera: la pessima fine di Don Rodrigo e del Griso; spacciati dalla Peste. Sfortunatamente, però, muoiono di peste anche l'ottimo padre Cristoforo e l'innocente Cecilia, la bambina che mani pietose di madre depongono sul carro dei monatti. Nei fatti, la Peste del Manzoni colpisce a casaccio: è spietatamente a-finalistica.

Ma il Provvidenzialista non demorde e, a questo punto, tira fuori il suo asso dalla manica: la conversione dell'Innominato e la seguente salvezza di Lucia. Chi, se non Dio, ha toccato il cuore del malvagio? C'è però un dettaglio: a Manzoni servono la bellezza di circa 20 pagine di romanzo per descrivere quella crisi; e il lavorio su spinte, controspinte e gradazioni nella psicologia del personaggio, è talmente preciso, penetrante, positivista, da lasciare nel sospetto che il noto furfante al cubo la conversione se la possa anche essere faticata da solo (P.S., capp. XX-XXI). Succede, qui, qualcosa di analogo a quanto accade con i discorsi di certi biologi impegnati a conciliare evoluzionismo ed esistenza di Dio: il collo della giraffa africana o il becco di un fringuello sudamericano? Stavano da sempre nella mente di Dio. Si capisce. Ma, per arrivarci, l'Onnipotente ha lasciato che agissero cause puramente naturali (la selezione); poteva mica occuparsi di ogni minimo dettaglio.

Cancellare i Promessi Sposi dalle scuole? La penso esattamente all'incontrario: quel libro ha meriti educativi indubbi; e sono meriti laici. E se – per dirne un'altra – frugo nella mia memoria, non trovo una esperienza formativa più capace di far provare ripugnanza verso i mascalzoni, delle pagine in cui si descrive l'impasto di frustrazione e prepotenza di cui è fatto Don Rodrigo. Togliere i Promessi Sposi dalle mani degli adolescenti? Sbagliatissimo. Che lo leggano; tutto e bene (c'è pure tanto italiano e tanta buona logica da imparare). Magari passando, dopo, a Kerouac.



Gigi Monello























martedì 21 giugno 2022

Ricordi dall'Antiscuola. Autobiografia di un Prof.



Per parlarvi del nuovo libro sulla scuola (il terzo) di Paolo Mazzocchini, comincerò dalle maniglie; meglio, dall'uso moderno delle maniglie affermatosi nei fabbricati scolastici italiani. Il dettaglio non poteva sfuggirmi: sono un esperto del ramo. Nessun simbolismo; qui si parla di maniglie fisiche; quelle per aprire. Il prof. Mazzocchini è in classe, momento speciale, ultimo giorno di scuola, ultimo per davvero, si va in pensione, addio alle armi. Sta – con un certo qual indefinibile turbamento – facendo lezione, tentando, cioè, per l'ennesima e ultima volta la magia nera del trasportare gli smartphonati nell'Iperuranio, quando, senza antefatto acustico alcuno, ecco materializzarsi Lei, la bidella, con in mano il mattinale, i consigli per gli acquisti: Vuole per caso, qualcuno dei virgulti, aderire al progetto Studente-Atleta modello? (“Tutto svanì di colpo, compresa la mia presunta nostalgia per il mestiere che stavo, di lì a qualche minuto, per lasciare per sempre. Ecco: può sembrare che esageri, ma in un episodio del genere, così apparentemente banale, è compreso tutto il senso del mio odi et amo verso la scuola”; p.129). L'ho detto: sono uno specialista in materia; l'ho visto fare le mille volte; parlo delle maniglie disinvoltamente abbassate; l'ho visto fare da tutti: bidelli, vice-presidi, colleghi, raramente alunni; non l'ho mai digerito. I primi a stupirsi, poi, erano proprio loro, gli utenti. Ho reagito subito, a muso duro; ho rimandato a dopo il chiarimento (esternando però l'intenzione di farlo); ho elaborato strategie ironiche per castigare a caldo, senza sbottare. Mi sono logorato il fegato. Non l'ho mai accettato. Villania a parte, il danno è doppio: tensione comunicativa rotta e pressoché irrecuperabile (“Interrompere una lezione significa disperdere la concentrazione e spezzare la tensione. Violentare un'emozione. Solo un insegnante vero sa quanto è delicato questo equilibrio psicologico e ambientale”; p.129); tempo buttato: ho visto entrarmi in aula – magari rispettosamente – bidelli/e recanti in dono nientedimeno che 8 pagine fitte fitte più modulistica, concernenti questo o quel progetto. Demenzialità pura.

Tempo buttato, appunto; centralissima questione; e le maniglie abbassate sono solo piccola parte di più vasto apparato. Difficile, per chi non c'è stato dentro, capire quale paurosa erosione di tempo produca, a spese della didattica, ciò che Mazzocchini chiama l'“Antiscuola” (“un mostro dalle cento teste...un pullulare inarrestabile di infiorescenze parassite”, p. 77). Nell'emporio non manca nulla: gite, concerti, cinema, giornate promozionali, conferenze, visite guidate, open day, “olimpiadi”, orientamenti “in uscita”, assemblee, alternanze, progetti.

Quando il nostro Professore vi entra, nei primi anni '80, la Scuola, nell' insieme, mostra ancora di reggere (“per tutti gli anni Ottanta fino ai primi anni Novanta…vissi il periodo tutto sommato più felice della mia carriera. La scuola non era più quella sopravvissuta sino al '68… ma nemmeno ancora quel giardino d'infanzia iper-protetto che sarebbe di lì a poco diventata”, p. 29). Il primo smottamento nel 1995, con l'abolizione degli esami di riparazione; da quel momento la macchina della perversione comincia a lavorare sodo e a trasformargli la vita in resistenza. Mazzocchini si racconta senza veli: la famiglia operaia, gli studi in provincia, l'incrocio fatale, al ginnasio, con un fuoriclasse della didattica; il tentativo di carriera universitaria (lettere classiche), l'amara disillusione, il fallimento senza demerito; quindi l'ingresso in un Liceo; il suo Liceo (amato ed odiato); e il progressivo confrontarsi con l'Antiscuola.

La “bestia malefica” lavora su più fronti: rapina tempo; sfianca a mezzo extra cartaceo-burocratici; impone modernismi modaioli. Fra gli altri, quello della interdisciplinarità prêt-à-porter, che celebra i suoi fasti con le cosiddette tesine d'esame. Immancabile, arriva vissuto e bozzetto: un anno imprecisato, a circa due terzi della carriera, il nostro memorialista si trova commissario esterno presso il liceo di una cittadina della sua regione. Siamo entrati nell'epoca delle Commissioni miste: 3 interni, 3 esterni più presidente esterno. Scatta la consueta operazione euristico-imbonitoria (troppe ne vedemmo): comfort, paraculismus and investigations; fioccano rifocillamenti (bibite, pizzette e pasticcini), sorrisi, cortesie, buonumore (untuosetto) e spirito collaborativo; il tutto interrotto da qualche lampo di sospettosità congiunto a domandina esplorativa (i primi giorni - prima delle magagne - è sempre così). Tranne il nostro trasfertista, tutti i Commissari sono donne. Tra le interne spiccano per attitudine alla maternità-chioccia, la superingioiellata di Latino e la boccolata di Inglese (“una matrona imponente sulla sessantina, capigliatura bionda a boccoli grandi e occhiali dorati con montatura vistosa e raffinata”); quest'ultima, in particolare, appare la più impegnata a magnificare le qualità dei candidati; nonché la più intrigante. Il commissario abbozza e inizia ad avere sentore di guasto. Cosa che trova conferma nella correzione delle prove di latino, dove la maggioranza ha preso la cantonata (“tre quarti della classe toppò…la versione di Seneca...Una disfatta. La bolla era scoppiata. Il settanta per cento di quelle prove non raggiungeva la sufficienza”, p. 110). Si sparge il panico. Si corre ai ripari. Mentre calano bibite e pizzette, salgono sino all'inverosimile, e quasi per tutti, i voti nelle terze prove di inglese. Il clima si fa più freddo (un classico). Si arriva alla vigilia degli orali: il flusso di bibite e pizzette ritorna normale; e compare anche una fagottata colorata: sono le tesine, tutte allestite secondo l'aureo canone della interdisciplinarità (“fascicoletti multicolori rilegati per lo più con grossi anelli, e con copertine vistose dai titoli sgargianti: Amore e morte, Astrologia e astronomia, Rivoluzione e rivoluzioni”, p. 113.). Ogni docente pesca qualcosa dal mucchio: il prof di latino nota un titolo che allude a un presunto mistero della sepoltura di un noto personaggio storico: è tutta in inglese, tranne una breve sintesi iniziale; la prende, la legge; impeccabile; troppo; bastano un paio di frasi su Google ed ecco l'originale: è un lavoro pubblicato in un sito accademico di saggistica internazionale. Il Commissario stampa il pdf, mette in borsa e studiatamente rinvia. Iniziano gli orali e viene il turno dell'autrice di The Quest, che la docente di inglese non si è peritata di definire “studentessa originalissima e culturalmente curiosa come poche altre maturande”; tradotto: naturalmente predestinata al 100. Gli orali riescono scolasticamente dignitosi, ma della annunciata originalità, nessuna traccia. Si passa alla valutazione: il destino della candidata (per inciso, figlia di una docente della scuola e di noto esponente politico locale) pare stia per compiersi, quando il guastafeste mette mano alla borsa e ne cava lo stampato. Gelo in sala: la boccolata sbianca, gli altri ammutoliscono, la Presidente riconosce che, di fronte all'evidenza del plagio, assegnare il massimo è impossibile; si conviene per un voto più basso. L'originalissima rimarrà sotto il 100.

Frodi a parte, qui come altrove (p. 54), l'autore ci esterna tutto il suo cordiale disgusto per tesine e verbo della Interdisciplinarità. Cosa che potrebbe farlo apparire seguace di un chiuso disciplinarismo. Non credo sia così. Ci sono almeno tre punti di questo sugoso libretto che “dicono” il contrario; e tre parole-chiave: “contagio” (p. 22), “avventure” (p. 23), “detective” (p. 24). Qualunque disciplina, anche quelle scientifiche – soprattutto se chi le insegna ne conosce la storia – può far scoccare un contagio avventuroso, consistente proprio nello scoprirne la complessità, cioè tutti gli infiniti, potenziali intrecci con tutte le altre. C'è una interdisciplinarità prêt-à-porter; e una lenta e profonda (“un insegnante che abbia la stoffa del ricercatore ti trasmette inevitabilmente il prezioso strumento del metodo a prescindere e al di là della materia che insegna”, p. 24). È qui la scuola vera: un adulto/detective meravigliato del mondo, che comunichi meraviglia per il mondo; un contatto che può salvare dalla volgarità di una vita senza mistero (che è la migliore anticamera della sordità morale).

Altri felici schizzi nelle pagine di questi Ricordi dall'Antiscuola: dal Dirigente commercialista che definisce i docenti “mediatori promozionali” (p. 91), ai docenti psico-socio, maledettamente impegnati a piacere sul piano umano (p. 30); al vacuo rimbombo di sigle e formule, che paiono comandi discendenti da un'invisibile Entità totalitaria (p. 73). Un libro antidoto-terapia-catarsi, leggero e denso, dove la più acida delle stroncature si stempera sempre nella grazia dell'ironia; lettura consigliata ad euforici principianti come a veterani sull'orlo di una crisi di nervi. Sconsigliatissimo agli incalliti adepti del buonoperchénuovo.




Paolo Mazzocchini, The Dark Side of the School,
Nulla Die, 2022, p.155, euro 15.






lunedì 23 maggio 2022

lunedì 7 marzo 2022

Priapo in salsa russa


 



L'energetico infoiato belluino cerca l'avventura qualunque capace di elevarlo. Lo scopo è “arrivare”. Il gioco riesce quando la congiuntura offra le frustrazioni di una massa grigia di cui, come nessun altro (è parto della stessa madre), sa indovinare le spinte. 
Non conosce Eros (produttore di vera relazione); a muoverlo è Priapo, ossia un erotismo centrato su se stesso: 

il pragma della banda e del capintesta è un pragma bassamente erotico, un basso prurito ossia una libido di possesso, di comando, di esibizione, di cibo, di femine, di vestiti, di denaro, di terre, di comodità e di ozî, (Gadda, Eros e Priapo).

Uomo di fatti e di mano, calcolatore, amorale, narciso interiormente roso, manipolatore, combatte l'ansia di sapersi “a scadenza” usando gli altri come cose onde plasmare la sua vita “opera d'arte”. All'impresa associa bravazzi, avventurieri, sbandati e profittatori di ogni risma. Nella facciata, “idealista” (patria, suolo, tribù, onore; ma - se del caso - rivoluzione, riscatto e liberazione di oppressi), nel suo irride e sprezza cultura (eccezion fatta per il Machiavello), argomenti, critica, analisi; mentre ammira forza, mascolinità e tecnica.

Con l'andar del tempo, tutto riuscendogli a puntino (“dove tocca suona”), l'uomo – a suo modo sensibile a mistico ed arcaico – si convince di un Destino, di un' Onto-storia che a mezzo lui manovri, di una scrittura nelle stelle: 

Le masse debbono rassegnarsi a sottomettersi (...). Ma questo desiderio masochistico è riscontrabile anche nello stesso Hitler. Il potere superiore, a cui egli si sottomette, è Dio, il Destino, la Necessità, la Storia, la Natura. In realtà tutti questi termini hanno pressapoco lo stesso significato per lui: quello di simboli di un potere irresistibile (…) La sconfitta nella guerra del 1914-1918 è per lui «una meritata punizione da parte del giudizio eterno». Le nazioni che si mescolano con altre razze «peccano contro la volontà dell'eterna Provvidenza» (…) La missione della Germania è ordinata dal «Creatore dell'universo». «Il Cielo» è superiore agli individui, perché fortunatamente si può ingannare questi ultimi, ma «il cielo non può essere comperato» 
(Fromm, Fuga dalla libertà). 

Nelle latebre, a muovere i giochi resta sempre il basso pragma di cui sopra, che dignitosamente convive - normale andirivieni dello schizoide - con la superfetazione.

Del temerario bombardiere oggi su tutti i giornali, un vecchio compagno dei tempi impiegatizi, ha scritto che, di lui lo colpiva “il pragmatismo, il disincanto, la sua mente precisa, anaffettiva, quasi matematica”. Dejà vu: 

Sentivo confusamente che nessuna commozione del cuore poteva agire su di lui. Guarda una creatura umana come un fatto o come una cosa, ma non come un simile. Non odia più di quanto ami. Per lui non esiste che se stesso: il resto delle creature sono cifre. La forza della sua volontà consiste nell'imperturbabile calcolo del suo egoismo 
(Madame De Staёl, su Napoleone, in Considerazioni sulla Rivoluzione francese).

All'egolatra posseduto, tiradritto-tuttodunpezzo, ciò che non garba, a ben vedere, non è tanto la Nato a Kiev, ma “chiacchiere, vignette e discussioni” tra piazze, bar e redazioni. Finale probabile? Da furore a cenere (Gadda).

gigi monello