lunedì 7 febbraio 2022

Angoscia a Tribalismo


 Angoscia e Tribalismo

 di Gigi Monello


Nel suo chalet bavarese Hitler aveva voluto una grande vetrata direttamente affacciata sull’Untersberg, una roccia verticale di
1370 metri. Era lì che il Destino gli parlava; lì aveva i suoi momenti di chiaroveggenza e prendeva importanti decisioni. Per quella migliore, però, la vetrata non bastò; ci volle un supplemento di brivido. Il 24 agosto 1939 sopra la montagna apparve una aurora boreale che tinse di rosso il cielo. Alle tre del mattino è sulla terrazza col suo cameriere e alcuni ospiti, tra cui Albert Speer. Fissa lo spettacolo e dice, “Sembra un mare di sangue… è segno che questa volta bisognerà combattere”. Da quel cielo la storia parlava; l’inesorabile era alle porte; il 1° settembre la Whermacht entrò in Polonia.

Sul lato opposto della Germania, al confine con Svizzera e Francia, si stende la Foresta Nera, così chiamata dai romani non si sa bene se per foltezza o scurezza delle foglie; o per tutte e due le cose insieme. Se volete sentire il palpito profondo del suolo tedesco, affittate un camper e gettatevi, bambini al seguito, nella selva oscura; emozioni assicurate.

Nella Foresta Nera aveva casa Martin Heidegger, per molti uno dei più grandi pensatori del ‘900. Una baita solitaria, a Todtnauberg, vicino a Friburgo, con tanto di pozzo e lavatoio all’aperto. Anche qui il Destino parlava; ma su faccende più private. Nel 1927, con l’uscita di Essere e Tempo, Heidegger era diventato famoso in Germania, e un gran numero di studenti veniva a sentirlo a Marburgo. Il libro – titolo solenne e mole ponderosa – è la cosa giusta al momento giusto. Nell’impasto di un gergo ermetico mai udito, incrocia Völkisch (idee nazional-popolari) e Husserl, Sant’Agostino e Nietzsche, Kierkegaard (da poco tradotto in tedesco) e Spengler, Bergson e Dilthey. La miscela funziona, affascina, intercetta un’aria che tira, un’insofferenza diffusa: basta positivismi e scientismi: la filosofia è ben altra cosa. C’è una età della vita che ha bisogno di messaggi: scrive una giovanissima Hannah Arendt,

 (il nome di Heidegger) correva di bocca in bocca in tutta la Germania, come la fama di un re nascosto... Il pensiero ha ripreso a vivere, il patrimonio culturale del passato, che si credeva estinto, ha ripreso a parlarci, ad esprimere cose molto diverse da quelle che, con diffidenza, si supponeva ci dicesse. C’è uno che insegna, forse è possibile imparare a pensare.

Nel 1928 Heidegger torna a Friburgo, sul posto già tenuto da Husserl, e diventa ordinario. La fama cresce ancora, tanto che i vertici del Ministero di Weimar nel 1930 gli offrono una cattedra a Berlino; la lusinga è forte: il figlio del sacrestano di Messkirch, professore nella stessa Università di Hegel! Sorprendendo tutti, rifiuta. L’anno successivo l’offerta viene, però, rinnovata. Il dubbio diviene tempesta. Che fare? Dove consultarsi? La cosa migliore è interrogare le montagne. Mute solo in apparenza, stanno là, maschie ed eterne: loro non inganneranno. Così lui stesso scrive di quel momento,

Da poco mi è stata offerta una cattedra a Berlino per la seconda volta. In una tale circostanza lascio la città e mi ritiro nella baita. Ascolto ciò che dicono le montagne, i boschi e le fattorie. Nel frattempo arrivo dal mio vecchio amico, un contadino settantacinquenne. Nel giornale ha letto che sono stato chiamato a Berlino. Cosa ne dirà? Egli poggia lentamente lo sguardo sicuro dei suoi chiari occhi sui miei, tiene la bocca rigidamente chiusa, poggia la sua mano fedele e prudente sulla mia spalla e scuote il capo in modo appena percettibile. Questo significa: inflessibilmente no!

Restare a Friburgo. Orografia e paesaggio non transigono; e di rincalzo c’è un settantacinquenne del posto. Restare! E fu Friburgo per sempre. Il seguito della storia è noto: nel 1933, tra crisi spirituali, fermenti artistici, miseria materiale e pallottole per la strada, Weimar collassa e una banda di avventurieri prende in mano il destino della Germania. Riuscito il colpo, c’è urgente bisogno di rispettabilità, di far cioè dimenticare il puzzo di falliti da birreria che in molti si portano addosso. Ben vengano, dunque, magnati, borghesi e gran dottori. A lui offrono il Rettorato a Friburgo. E questa volta accetta, prende la tessera del Partito, si impegna immaginandosi un futuro come Guida della cultura tedesca. Sente che è il suo momento: stila programmi, fa discorsi, immagina riforme ab imis; si accende di entusiasmo: al collega ed amico Jaspers, che non sa capacitarsi della sua scelta e che sconfortato gli dice, “Ma come puoi credere che un ignorante come Hitler possa governare la Germania?”, dà questa stupefacente risposta, “Ma qui la cultura non interessa… non hai visto le sue splendide mani?” Un ex-caporale, fallito architetto alla ricerca di una carriera per sé, si è inventato un destino per tutti; e il filosofo lo segue stregato.
L’uomo è però spigoloso e presto comincia a provare fastidio per il nazismo reale: troppi compromessi, interessi spiccioli, mediocrità, opportunismi; trova una voglia di azione primitiva, poca cultura; si sente più in sintonia con l’ala pura, quella di Röhm e delle SA, fazione destinata a tragico fallimento. Dopo un anno lascia l’incarico, ma resta nazionalsocialista; e oggi , esplorati e commentati sino allo sfinimento i suoi Quaderni neri, sappiamo che restò tale sino alla fine: nazista, antisemita, razzista.
Ineludibile, sorge la domanda: basta, questo, a rimpicciolirlo come filosofo? Ha scritto Max Vincent,

 (...) possiamo affermare fin d’ora che un pensiero che si è identificato in gran parte in ciò che di peggio è avvenuto nel XX secolo non può in alcun modo avere la grandezza che l’acclamazione e il sostegno degli heideggeriani continuano a tributargli.

Verrebbe voglia di sottoscrivere subito, se, istintivamente, non ci si affacciasse alla mente una banale associazione: forse che Maradona come calciatore, Caravaggio come pittore e Chuck Berry come musicista, vengono rimpiccioliti dai ben noti, loro scivolamenti nel delinquenziale? O la filosofia è cosa a parte e ha obblighi più stretti verso l’Etica? Interessante quesito. Accantoniamolo e spostiamoci sull’uomo; chi era Heidegger come uomo? Sentiamo chi lo vide da vicino:

 (...) un uomo di poca apparenza, il quale sembrava più un elettricista venuto a controllare l’impianto che un filosofo.

 (Paul Hühnerfeld)

 (...) entrò nella sala, intimidito come un piccolo contadino giunto alla porta del castello (...) Ciò che appariva più inquietante, era la sua serietà mortale e la sua totale mancanza di humour.

(Toni Cassirer)

 L’elemento di fascino che emanava da lui era in parte dovuto all’impenetrabilità della sua natura. Nessuno lo conosceva bene, e la sua persona è stata oggetto per anni di aspre controversie quanto le sue lezioni. Come Fichte, anch’egli era per metà un uomo di scienza; per l’altra metà, forse la maggiore, aveva la natura dell’oppositore e del predicatore, che sapeva affascinare per quel suo mettersi in urto col mondo, spinto dall’indignazione verso il proprio tempo e verso se stesso.

 (Karl Löwith)

 Dopo aver sentito le sue lezioni, mi sento pronto a tutto; ma non so a che cosa.

(anonimo studente a Marburgo, nei ricordi di Löwith)

 Sinchè può, mente.

(Hannah Arendt)

Ed ecco ora, in ordine volutamente sparso, un varietà di vissuti noti e meno noti: 1) Friburgo, 1933, durante la presentazione delle matricole, non stringe la mano ad una Mendelssohn, studentessa ebrea; 2) Brema 1949, durante una conferenza afferma che Auschwitz e cose affini, altro non sono stati, in fondo, che il naturale adeguarsi alle moderne modalità industriali della antica prassi dell’omicidio di massa; 3) 1933, da Rettore a Friburgo, con una velenosa relazione-denuncia cerca di stroncare la carriera di un suo ex-allievo, E. Baumgarten, divenuto professore a Gottinga; 4) durante il seminario dell’anno accademico ‘33-‘34, parlando di negri, come ad esempio i Bantu, smette di usare la parola “popolo” e passa all’espressione “gruppi di uomini che non hanno storia”, al pari di “scimmie ed uccelli”; 5) 1933, chiede al Ministero della Cultura il licenziamento del chimico Hermann Staudinger, segnalato dalla Gestapo come elemento politicamente inaffidabile; 6) 25 novembre 1933, durante la cerimonia di immatricolazione rivolge ai presenti un fervido appello a tenere un comportamento esemplare verso tutti i Volksgenosse (compagni di razza); nello stesso mese dispone la soppressione delle borse di studio per studenti marxisti o ebrei; 7) 1929, lettera a Viktor Schwoerer, Direttore delle Università del Baden: siamo ad un bivio: o agire perché la formazione spirituale tedesca torni nelle mani di educatori autentici provenienti dal territorio o cedere alla crescente giudaizzazione; 8) maggio 1934, ad un mese dalle dimissioni da Rettore, entra a far parte, insieme a Streicher e Rosenberg, dell’Accademia per il diritto tedesco, ente che collabora alla stesura delle Leggi di Norimberga del 1935; 9) 1976, in una intervista allo Spiegel dichiara una sorta di orrore per le foto della terra scattate dalla luna; l’impresa americana è solo il segno di quanto grave sia lo sradicamento causato dalla tecnica; 10) 2014, Quaderni Neri, chiarisce, come già sostenuto in passato, che l’Olocausto altro non fu che un atto di autoannientamentocioè l’effetto finale del dominio tecnico sull’Essere, che, messo in moto dagli Ebrei, popolo calcolante per eccellenza, ha finito per ritorcerglisi contro; 11) Ibidem: la mancata traduzione in inglese della sue opere è prova della mediocrità di quel popolo e della sua costituzionale incapacità metafisica; 12) Ibidem, L’attacco italiano alla Grecia è frutto di risentimento e ultimo segno di quel complesso di inferiorità provato dai Romani al cospetto dei modelli greci. 

Tutto vero e tutto assai sgradevole; e, nel caso delle due ultime affermazioni, non privo di qualche venatura paranoide. Si può dunque dar ragione a Rorty quando scrive che, come essere umano, Heidegger era un esemplare alquanto scadenteMa la domanda resta sempre la stessa: tutto ciò rimpicciolisce la sua filosofia? Nulla da fare. Si sente che non sta qui il problema; che occorre spostare da un’altra parte lo sguardo. Torniamo indietro, agli esordi della sua entrata in società: la scuola gli ha dato la misura del suo valore, ha una tenace volontà di riuscire ed è alla ricerca di un ascensore sociale. Entra in Seminario e prova a diventare Gesuita ma, dopo pochi mesi, viene congedato per mai definiti motivi di salute; immaginabile la frustrazione; cominciano anni di incertezza: si iscrive prima in Teologia, poi in Matematica, infine a Filosofia. È la sua strada: studi intensi, ferrea disciplina; nel 1913 si addottora con una tesi su La dottrina del giudizio nello psicologismo. Il suo sogno, adesso, è la cattedra universitaria. Lasloswky, un amico che gli fornisce anche sostegno finanziario, gli dà questo consiglio, Sarebbe bene che tu ti avvolgessi dentro una misteriosa oscurità, per incuriosire la gente. Aggiungendo che poco gli avrebbe giovato seguitare a mostrarsi troppo legato al Cristianesimo tradizionale. Insegnamenti che saranno valorizzati. Nel 1916, a Friburgo, diventa assistente di Husserl. La fenomenologia lo folgora, è la rivoluzione che attendeva. Nel ‘19, finita la guerra, tiene sul tema un appassionato corso. Per la Germania son tempi fluidi: il mondo di Weimar è un ribollente calderone di contraddizioni, risentimenti, angosce, estetismi, trasgressioni, illusioni; sul gran mercato delle rivoluzioni anti-borghesi (cioè anti Weimar) c’è di tutto: dall’appello al folklore di Völkisch e Jüngeriani ai disincanti anarco-libertari degli atei Berlinesi; dal marxismo rivoluzionario al cattolicesimo progressista. Per sfondare occorre un prodotto interamente nuovo: un ibrido geniale, un capolavoro di tempismo, un viaggio nelle strutture della coscienza che ogni tanto viri verso il richiamo della foresta; il tutto legato in un linguaggio di una misteriosa oscurità. Novità, profondità, fascino, adattabilità alle circostanze. Sta qui la magagna: nel capolavoro del 1927 circola una doppiezza di fondo, un certo qual sentore di teoretico imbroglio, insomma l’antica malattia usa, spesso, infettare i discorsi sulla verità: la sofistica, l’adulazione del pubblico, la sirena retorica; il teorizzare come tecnica vitale al servizio di un progetto personale (alias carriera). Prendete la celebre nozione di autenticità; a seconda dei passi che si leggono, assume a volte un tono pascalianoaltre uno völkish: una volta trovi l’angoscia individuale che libera dallo stordimento del divertissement medio e trascina di fronte alla equivalenza dei progetti, alla lucidità e al coraggio della finitudine; altre, il ritorno nel grembo, allo strato profondo della comunità, il radicamento nel suolo, la nazione, il sangue, l’appartenenza, il Destino.
A volte il mondo appare
senza storia e senza politica: in qualunque epoca si ha la ventura di vivere, il dramma è sempre e solo tuo, non c’è processo, epoche, passaggi; solo singoli, gettati in un luogo e in un tempo, nella libertà assoluta, eroi o travet, star del cinema o barboni; antichi e moderni; tutti con un unico e medesimo problema, sempre lo stesso: l’affacciarsi sul Nulla e il guardarlo; è l’Heidegger, potremmo dire, di Sartre e degli esistenzialisti parigini. L’Heidegger della purezza trascendentale, dell’autenticità vuota,

Il per-che l’angoscia è tale non è un determinato modo di essere o una possibilità dell’Esserci. La minaccia è sempre indeterminata (...) il per-che l’angoscia è angoscia è l’essere nel mondo come tale. Nell’angoscia l’utilizzabile intramondano e l’ente intramondano in generale sprofondano. Il mondo non può più offrire nulla, e lo stesso il con-esserci degli altri. L’angoscia sottrae all’Esserci la possibilità di comprendersi deiettivamente a partire dal mondo e dallo stato interpretativo pubblico (...) Assieme al per-che dell’angosciarsi, l’angoscia apre l’Esserci come esser-possibile, e precisamente come tale che solo a partire da se stesso può essere ciò che è: cioè come isolato e nell’isolamento. L’angoscia rivela nell’Esserci (...) l’esser-libero-per... (propensio in...) l’autenticità del suo essere in quanto possibilità (...)

Altre volte, invece, la storia c’è; e c’è la politica: e i tedeschi sono eredi dei Greci della prima ora; ed ecco, dopo gli sviamenti del moderno - materialista, illuminista, plebeo e livellatore -, ecco intravedersi all’orizzonte la nuova alba: la tribù tedesca che si sveglia, si afferma, cresce, domina, riportando in vita i valori dello Spirito: il linguaggio lega il tutto in caldo amalgama: uomini, montagne, canti, cannoni, alberi, strudel e birra.

Se l’esserci, anticipando la morte, la erige a padrona di sé, allora, libero per essa, si comprende nella ultrapotenza della sua libertà finita e (...) può assumere su di sé l’impotenza dell’abbandono (...) Ma poiché l’Esserci, carico di destino per il fatto di essere-nel-mondo, esiste sempre e per essenza come con-essere con gli altri, il suo storicizzarsi è un con- storicizzarsi che si costituisce come destino-comune. Con questo termine intendiamo lo storicizzarsi della comunità, del popolo. Il destino-comune non è la somma dei singoli destini (...) Nell’essere assieme in un medesimo mondo e nella decisione per determinate possibilità, i destini sono anticipatamente segnati. Solo nella comunicazione e nella lotta, la forza del destino-comune si rende libera. Il destino che l’Esserci ha in comune con la sua generazione, esprime lo storicizzarsi pieno e autentico dell’Esserci.

 È l’Heidegger di Jüngeriani e Spengleriani e Völkisch-vitalisti in genere: l’occidente tramonta, ma – niente paura – l’ultima parola sarà dei biondi con gli occhi chiari; c’è un Destino, che si rivela nel pensiero poetante a pochi, e nel folklore a tutti. Questa autenticità piena e sporca di storia, risuona distintamente in alcuni altri passaggi che potremmo rubricare, all’incirca, come “mistica dell’ombra rurale”, “inconscio pre-copernicano” e “allergia al dispositivo meccanico”:

In qualche modo anche l’Esserci ‘primitivo’ si sottrae alla necessità di una lettura diretta del tempo nel cielo, allorquando anziché osservare la posizione del sole nel cielo, misura le ombre proiettate da un oggetto costantemente disponibile. Ciò può avvenire in forma semplicissima con gli antichi ‘orologi di campagna’. Ogni uomo è accompagnato costantemente dalla propria ombra, che varia col mutare di posizione del sole. La variazione delle lunghezze delle ombre durante il giorno può essere facilmente misurata ad ogni momento per mezzo del piede. Anche se la lunghezza del corpo e del piede muta secondo gli individui, il loro rapporto, entro certi limiti, è costante. La determinazione pubblica del tempo nell’ambito del prendere cura assume allora, ad esempio, questa forma: ‘Quando le ombre saranno lunghe tanti piedi, ci incontreremo in quel determinato posto’. In questo caso l’essere-assieme (...) presuppone in esplicitamente l’uguaglianza di latitudine del ‘luogo’ in cui avviene la misurazione delle ombre.

Uguaglianza di latitudine: inesplicito modo di alludere ad una Nazione che si prende cura di sé; e ad uno stesso cielo dove il tempo è fidatamente scandito da sempre,

L’avere cura fa uso della ‘presenza’ del sole che spande luce e calore. Il sole data il tempo interpretato nel prendersi cura. Da questa datazione trae origine la misura del tempo ‘più naturale’ di tutte, il giorno. Poiché la temporalità dell’Esserci che deve prendersi il suo tempo è finita, anche i suoi giorni sono già contati. Il ‘mentre è giorno’ offre all’aspettarsi prendente cura la possibilità di determinare i ‘poi’ di ciò di cui ha da prendersi cura, cioè di suddividere il giorno. Ma la suddivisione si compie, di nuovo, in base a ciò che data il tempo: il sole nel suo corso. Il sorgere, il tramonto e il mezzogiorno sono ‘posti’ particolari che l’astro via via occupa. L’Esserci, gettato nel mondo e temporalizzantesi dandosi-tempo, tiene conto del corso del sole che si ripete regolarmente. Lo storicizzarsi dell’Esserci è ‘giornaliero’(...).

A proposito del “giornaliero”, verrebbe voglia di chiosare che, al pari dello storicizzarsi dell’Esserci, anche l’atteggiarsi del filosofo, può esserlo. E adesso, per l’ultima volta, la stessa, identica domanda: toglie, questa doppiezza, grandezza alla filosofia di Heidegger? La rimpicciolisce? Beh, questo sì. Perché o c’è l’angoscia e allora è impossibile la Tribù; o c’è la Tribù, e allora dilegua l’angoscia. Le due cose insieme non stanno. Tornando al calcio, sarebbe come se Maradona, dopo venti minuti di palleggio stretto e dribbling offensivo, per altri venti si desse a interdizione a centrocampo e passaggi lunghi per lanciare il contropiede. La domanda sorgerebbe spontanea: ma a che gioco giochiamo o divo Maradona? Con che gioco si vince nel football?

Ha detto una volta Sartre, del Rettore di Friburgo, “Heidegger non ha carattere”. Ed aveva, in un senso profondo che va aldilà delle parole, pienamente ragione: avendone sempre avuti due, non poteva averne alcuno

venerdì 21 gennaio 2022

Lacrimevole fine di un peto in mano cortigiana

 


Casa Bianca, metà Giugno 2009, Berlusconi a Washington, conferenza stampa finale. Obama illustra l’esito delle conversazioni, atmosfera distesa, cordiale, brillante. All’improvviso un poderoso peto squarcia l’aria. Tutti si girano di scatto verso Mr. Berlusconi. Non c’è ombra di dubbio: è stato lui. Il primo ministro italiano sorride accattivante. Fa finta di nulla.
Stupore assoluto! L’ha fatto apposta?! Gli è scappato?!
Mistero.
Attimi di gelo. Obama riprende, conclude e passa la parola all’ospite.
Frizzi, lazzi, sorrisi, battute, ammiccamenti; il premier italiano è un fiume in piena.
Chiude con un enigmatico, “…e non si muove foglia che Obama non voglia!”. Giornalisti e diplomatici si guardano attoniti.
Parte un applauso di circostanza. Obama sorride affabile.
Brusio, mormorii, ilarità repressa. Qualcuno si gira verso cameramen e fonici: sarà stato registrato?
Strette di mano, ok alle telecamere, sorrisi, abbraccio finale, “Goodbye Mr President!”. “Goodbye Mr.Berlusconi!”.

Roma, Palazzo Chigi, urla disperate al cellulare, è Gianni Letta: “Ma cosa ha fattoooo! Alla Casa Bianca! In faccia al mondo! Dio Dio Dio Dio! …Non è possiiiibile!”. Arriva Bondi: viene convocata l’unità di crisi; scatta l’allarme rosso. Iperemici e congesti arrivano Cicchitto, Quagliariello e Capezzone.
Intanto a Palazzo Grazioli, Bonaiuti e Vito si affannano attorno all’altarino su cui troneggia l’effigie di don Baget-Bozzo in ray-ban e maglietta rosa shocking da vecchio flaneur. Accese sei candele e fatta un’orazione, accorrono anch’essi al luogo del raduno.
Arrivano Ghedini, Brambilla e Tremonti. Il trust di cervelli si mette al lavoro. Si intrecciano torniti e sottili argomenti. Ben presto, intorno al peto, si delineano due agguerrite scuole di pensiero, quella della “involontarietà” (Ghedini-Tremonti) e quella della “volontarietà” (Cicchitto-Capezzone). La disputa è lunga e complessa, ricca di sostanza logica come di dialettico orpello.
Gli Involontaristi premono perché sia il lato “materiale” ad essere privilegiato: scusabile incidente, surmenage del Presidente, passeggere difficoltà enteriche, pneumatismi, caldo, dieta sbagliata, piccolo abuso di pasta e fagioli in quel di Napoli, disagio climatico, scompenso da fuso, stress da viaggio; ma, soprattutto, i ritmi infernali di un uomo che nulla si risparmia quando è in gioco il bene del paese.

I Volontaristi insorgono: linea sbagliatissima! Assurda! Si incrina l’immagine del premier vitale, vincente, instancabile, ancora pienamente padrone del suo corpo. No! Si dia mano all’audacia! Si giuri e si spergiuri che il peto è stato assolutamente intenzionale.
Ennesima manifestazione della contagiosa spontaneità del leader, del suo spirito gioiosamente antiprotocollare, del suo saper essere vicino alla gente; la prova provata che il Presidente è “un uomo che ama la vita”; in tutti i suoi aspetti, anche quelli più intimi e più sanamente plebei.
Il peto è pura gioia di vivere partecipata agli altri; senza formalismi. “Si citi senz’altro” – sibila ispirato Bondi – “il celeberrimo, terenziano, Homo sum, humani nihil a me alienum puto ”.

Fervono le discussioni, gli animi si riscaldano. Passa il tempo, l’accordo non si trova. Finché, risolutiva, ecco la genialata di Quagliariello.
C’è una terza formula per risolvere l’impiccio: l’inesistenza.
Né volontario, né involontario; il peto, semplicemente, non è mai esistito.
I visi si illuminano. Tremonti plaude; Letta fa misurati cenni di assenso; Bondi si scioglie in lacrime. Com’è che non ci si è pensato prima?!
Il genio sagace del professor sottile riporta tutti al cospetto della verità: quanto può durare nella memoria teleidioVisiva degli Italiani, l’ideuzza sgangherata di un peto?!
Poche ore al massimo! Dunque, spegnere la notizia in Tv, moltiplicare i servizi su abbronzatura, creme protettive e ansia pre-balneare da sovrappeso; mostrare qualche retata di camorristi in Campania, un po’ di militari in giro per le strade, e, soprattutto, martellare senza pietà su Kakà, Ronaldo e Ronaldinho.
Insomma, non parlarne.
E quanto alle eventuali registrazioni audio/video (quand’anche ci fossero); dov’è la prova assoluta che di “scorreggia” si sia trattato e non di altro?! Potrebbe ben essere stato il cigolio anomalo di una porta, un jet militare, la suola gommata della scarpa di una guardia del corpo, uno strano volatile di passaggio; al limite, un rumorista di Hollywood pagato dai Komunisti!
Ovazione generale! Gaetano, sublime intelletto!
Salvatore dell’ottimo capo!
La Brambilla gli stampa un bacio sulla fronte; altri lo acclamano, “Principe delle discussioni”.
Si chiama Vespa, si prenota una puntata di “Porta a Porta”; tema: “La scarpa italiana nel mondo”. L’imperativo – categorico e impegnativo per tutti – è dirottare, sviare, spostare; senza dimenticarsi, naturalmente, di confondere.
Si dirama una circolare urgente a tutte le sedi del PdL: per almeno due mesi, in discorsi ed incontri pubblici, evitare tassativamente la voce “ripeto”. Sostituire con “ribadisco”.


gigi monello



lunedì 27 dicembre 2021

Accabadore, mamuthones e mammuscones




L' ultima accabadora che ha operato a Gergei si chiamava Luisica Conch' 'e Cuaddu, e il suo ultimo intervento deve essere stato nel primo dopoguerra, a favore di un uomo di nome Piriccu F. che aveva il vizio di fumare il sigaro  a fogu aintru, cioè tenendo la brace del sigaro dentro la bocca, abitudine a quei tempi molto diffusa, ma deleteria per la salute. Infatti ziu Piriccu si prese un brutto tumore alla bocca che sul finire gli procurava dolori atroci e per questo chiese l' intervento de s' accabadora per praticargli la " dolce morte". L' intervento fu poi praticato con l' approvazione più o meno esplicita della comunità.

Anche l' infanticidio era molto praticato nel passato, di solito per motivi eugenici. Per il mondo greco-romano abbiamo anche una ricca documentazione. Ma sembra fosse molto praticato dappertutto fino a tempi recenti.
Se ne può trovare qualche traccia anche nel mio paese. Si racconta infatti che tale C. T., verso gli anni '60, saputo della nascita di un un figlio del fratello, si recò a fare visita per vedere il nipote, e dopo averlo esaminato disse: "Mi paridi leggixeddu meda. Ita feis, dhu chisteis ? ", ( Mi sembra molto bruttino. Cosa fate lo allevate ?); facendo riferimento e consigliando in pratica l' infanticidio. Per fortuna ormai i tempi erano già molto cambiati, e specie la madre si scandalizzò e il neonato fu allevato. Però lo zio, sul suo stato di salute aveva visto giusto. Infatti il bambino era sempre malaticcio, e crescendo andò sempre peggiorando fino a diventare invalido al 100 x 100 e, carico di malanni, finì allettato.

In realtà la pratica eutanasica de s' accabadora è stata introdotta nell' ottocento come pratica meno crudele di quella di buttare i vecchi giù da un dirupo, usata fino ad allora, o di abbandonarli in campagna, pratica meno cruenta ma anch' essa crudele. Per questo motivo penso che sarebbe opportuno rivalutare la figura de s' accabadora, almeno ora che la sentenza 242/2019 della Corte costituzionale ha riconosciuto il diritto al suicidio medicalmente assistito ad alcune tipologie di pazienti. Il suo metodo, infatti, non faceva soffrire l' anziano perché la specialista, prima lo faceva svenire con un colpo secco alla tempia col suo martello di legno, per poi, subito dopo, soffocarlo col cuscino. Inoltre prima si accertava se il paziente fosse in grado di intendere e di volere; e, in tal caso, se fosse consenziente e determinato, come chiarisce bene la scrittrice Michela Murgia nel suo Accabadora edito da Einaudi.
Quindi, già molto tempo prima della sentenza della suprema Corte, s' accabadora sarda si ispirava, sostanzialmente, ai criteri da essa poi stabiliti. Dunque, rivalutiamola pure. 

Una pratica di "anestesia", simile a quella citata, la si attuava anche dai dentisti nel Far West, come si vede in certi film western, assestando un colpo di mattarello alla tempia del paziente prima dell' estrazione del dente.
Queste antiche pratiche sono ben documentate dalla nota studiosa Dolores Turchi, sia sulla base di testi di autori latini e greci, sia di testimonianze di alcuni anziani di vari paesi del centro Sardegna (1) 
Anche F. Masala in Il culto delle acque in Sardegna, riporta di due storici greci, Timeo a Eliano, che dicono che in Sardegna i figli buttavano i vecchi nelle pozze dei fiumi o nei baratri pieni d'acqua (sos mammuscones) quando raggiungevano i 70 anni, col rituale dell' affogamento. A Cossoine (SS) esiste una voragine naturale in cui scorre acqua, Sa ucca 'e su Mammuscone, dove secondo le leggende locali venivano buttati i vecchi e anche le ragazze che restavano incinte senza essere sposate. Masala fa anche l' interessante ipotesi che il nome Mamuthones derivi da mammuscones e che la "processione danzata "(R. Marchi) eseguita dalle maschere tipiche del carnevale di Mamoiada (sos Mamuthones, i vecchi; e sos Issohadores, i giovani), sia "la permanenza folclorica dell' antichissimo rito dell' affogamento nelle acque" delle voragini dette " mammuscones ".

Testimonianze chiare della pratica di abbandonare i vecchi in campagna ci sono anche nel mio paese. Si trovano nel racconto di come fu dismessa quella tradizione, e mi sembrano credibili perché sostanzialmente uguali, pur con qualche differenza, alle testimonianze raccolte dalla Turchi in paesi distanti tra loro e di cultura e lingua un po' diverse. Anche mia moglie, che ha trascorso buona parte dell' infanzia in Abruzzo, ricorda di avervi sentito un racconto simile, ma con una significativa differenza.
Quanto alle motivazioni di quella tradizione, si dice che all' inizio dell' inverno, quando la sopravvivenza diventava più difficile, e i vecchi non autosufficienti apparivano un peso gravoso per la famiglia e una bocca in più da sfamare, erano loro stessi a chiedere il trattamento previsto dalla tradizione, sacrificandosi volentieri per dare una possibilità in più alla nuova generazione dei nipoti. Tutti i testi e le testimonianze sembrano concordano sul fatto che i vecchi accettassero volentieri questa tradizione e la difendessero.
Checchè ne dicano i racconti, io da indomito seguace del materialismo storico, credo che il vero motivo per cui si abbandonò quella pratica, era che le condizioni di vita stavano migliorando e quindi quella tradizione crudele non aveva più senso di esistere.

Un racconto del mio paese dice di un uomo che stava portando il padre in campagna a spalla. Giunto a un posto non molto lontano dal paese chiamato s' abasiadroxu dove si riposavano quelli che trasportavano fasci di legna da ardere a spalla, si fermò per riposare. Il padre gli disse: "Innoi m' arregodu ca mi fui abasiau deu puru candu 'ncia portau a babbu miu a su sartu". (Qui mi ricordo che riposai anch' io quando portai mio padre in campagna). A questo punto l' uomo, riflettendo sulle parole del padre, capì che quello sarebbe stato anche il suo personale destino e decise di rompere la tradizione, riportando il padre a casa per assisterlo. La variante abruzzese dice che mentre l' uomo stava per uscire di casa, il figlio gli chiese dove stava andando, e alla spiegazione del padre disse :" Voglio venire anch'io, così imparo per quando dovrò portare te ". A queste parole anche l' uomo abruzzese capì che era meglio rompere quella tradizione e lasciò in casa il padre per assisterlo. Anche gli indiani d' America avevano tradizioni simili; però presso di loro i vecchi, quando sentivano che le forze li stavano abbandonando, si allontanavano da soli per lasciarsi morire nelle campagne.

Nota (1) D. Turchi, Leggende e racconti popolari della Sardegna; idem, Lo sciamanesimo in Sardegna; idem, Le tradizioni popolari della Sardegna. Questi tre testi vanno bene anche per chi volesse approfondire la conoscenza dei contus de forredda o de foghile, perché la maggior parte rientrano in tale categoria, anche se ciò non viene specificato.

Antonio Murgia
ex Docente Liceo Scientifico Pacinotti - Ca


sabato 2 gennaio 2021

CESSATI SPIRITI ALMANACK_21



C’è il condensato pesante del tempo, nelle strade romane. Pesante e vertiginoso. Zoccolette, Grotta Perfetta, Babuino, Cessati Spiriti.

Chi si inventò i Cessati Spiriti? Non lo sappiamo. Sappiamo solo che i frequentatori di un’osteria del posto, sull’Appia Nuova, al limite della campagna, all’uscita lamentavano spesso scomparsa di beni (cavalli e carretti); altro non riuscendo a scorgere che un lieve muoversi di canneti. Ladroni lesti? O spiriti?
Vedere, non vedere, l’esorcismo ci stava: fu fatta qualche processione (pare) e apposta edicoletta con la madonna sulla facciata (fine '800). Furti finiti. L’Osteria riprese i suoi affari e il posto prese quel nome, Cessati Spiriti. Insomma, porchetta e vino sfuso senza paura; e pancia piena, e testa imbalordita quanto basta.

Ci venne pure il Conte Tacchia, una volta, a inizio ‘900 (ricordate Montesano?), per un banchetto elettorale: ambiva a sedile di deputato. Nientedimeno. Trombato.


Chi se li inventò i cessati spiriti? Un prete, un pedagogo, un segretario? L’oste? 
In epoca più vicina, il Marcello nazionale vi accompagna una prostituta, nella Dolce Vita. Posto di mignotte? Yess. E de magnaccia. Lo stesso Marcello che l’anno dopo ritroviamo fantasma sui tetti di Roma, con scarpini, cerone bianco e cameo al collo, nel film di Pietrangeli (1961). 
Cosa porteranno i Cessati Spiriti? Pezzi sparsi di mondo: cinema, filosofia, letteratura, scienza e barzellette. Tutto amalgamato da un unico sentimento: quando qualcuno vi racconta che son gli Spiriti a far sparire i carretti, voi nun j' avete da crede

venerdì 25 dicembre 2020

Gennaro, Maradona e Pelè


 

Mentre, al Bar dello sport, un gommista in pausa caffè asserisce che tra qualche anno si scoprirà che “il covid è stata la truffa del secolo”, e un oreri (perdigiorno) diplomato afferma che lui il vaccino non lo farà “perché siamo in Democrazia”, è ormai chiaro il metodo per classificare gli humani sui marciapiedi del 2020: 1) a mascherina alzata; 2) a mascherina abbassata. 3) senza mascherina (pochi, ma ci sono). I secondi scomponibili in, A ) a mascherina abbassata sotto naso; B) a mascherina abbassata sotto mento. Per amore di precisione, segnaleremo anche una variante: gli a mascherina abbassata sotto mento e sigarettedda in bucca. Troppo fighi.

Mentre tutto questo se passe dans les trottoirs, la terra (sferica, forse) continua a girare sul suo asse trascinando nel girotondo, a 1667 km/h (scusate la pedanteria), circa sette miliardi e settecento milioni (scusate l'approssimazione) di quadrumani in stazione eretta, pensanti (più o meno), quasi tutti con smartphone. Mammiferi di taglia media cui è cresciuto troppo il cervello.

Oltreché per il carogna-virus, questo 2020 verrà ricordato per un'altra cosa: i prodotti humani hanno superato la bio-massa; significa che grattacieli, automobili, vasi di plastica, scarpe, computer, TV, WC e tutto il resto, pesano di più di tutti gli animali e i vegetali messi insieme. Fantastico! Il pianeta (la superficie) è più artificiale che naturale. Ne abbiamo fatta di strada.

In effetti, se ci guardiamo attorno, abbiamo tutta l'aria di un'anomalia: se ci sono altri posti come il nostro, nell'universo, sono rari. Ha scritto un tizio - che s'è visto poco e niente al Bar dello sport - tal Steven Weinberg, 
"Osservando la natura, nel passato, l'impressione di essere dinanzi ad un progetto doveva essere enorme. La Terra è un luogo così confortevole e piacevole, e tutte le cose funzionano così bene. Tuttavia, a mano a mano che apprendiamo più cose sull'universo, esso non sembra più un luogo così amichevole, e noi risultiamo essere i vincitori in una lotteria cosmica”. 

“Poco amichevole...”, “lotteria cosmica...”, brutti pensieri assai, lasciamo a perdere. 'Sti cervelloni, poi, son fatti apposta per mettere malumore.

A Natale “vorremmo sciare” ma, disgrazia maledetta-fottuta-venuta dall'oriente, non potremo; “vorremmo strafogare in compagnia e sbevazzare quanto basta e di più”; ma non ci è dato; il Conte vietò; 70mila ne ha messi nella strada, di guardiani; e so sordi! Mica che no!

Certo il cenone ci mancherà. Molto; anzi assai. La bella lasagna, la cotica con lenticchie, gli spiedini; e arance, noccioline, spumantini, panettone e dolci; e chiacchiere, e dispute calorose: “chi era più forte Maradona o Pelè?” “Nessuno dei due, per me Gigggi Riva!”. “Chi capisce di più, Galli o Zangrillo?” “Nessuno dei due, per me la Capua!”. “Anche Sgarbi, però, buttalo via...”. 
I botti, quelli sono consentiti; pagu genti, bona festa; faremo a gara a fare casino con quelli del palazzo di fronte. Una volta a Napoli s'erano inventati il superbotto, 'o pallone 'e Maradona, tre chili di polvere pirica, una roba esagerata. Proibitissimo, mi pare; pericoloso per le dita. Ma Diego e il proibito -si sa- “stanno così”.

Sì, ci dispiacerà davvero; quel chiasso ce l'abbiamo nel sangue; roba di visceri; profonda; sedimento millenario; anarchici a casa nostra, autoritari col vicino di casa; semo mica fiji de nessuno. Però nun v'azzardate nuovamente; mai più senza cenone!

A proposito di sangue: quest'anno, in Cattedrale, San Gennaro fece il prezioso. Grande apprensione nel popolo, tentativi ripetuti, nulla da fare, non s'è sciolto. In compenso lo scioglimento del polo nord sembra ormai cosa fatta. Ce stamo a consolà.
E poi a tutto c'è una spiegazione; Gennaro è giustamente offeso: troppo clamore, troppa pazzia per Diego, e troppa gente, piccoli e anziani, a ripetere per vicoli e bassi, sino allo sfinimento, la famosa rima blasfema:

San Genna', non ti crucciare/ tu lo sai, ti voglio bene /ma 'na finta 'e Maradona/ squaglie 'o sang rint' 'e vene!

Ma se pò campà accussì?


                                                                                           Gigi Monello

giovedì 19 novembre 2020

Satana, trash-dance e gravitoni

 





Mentre, attorniata da tipacci tatuati, Angela da Mondello scuote la pelvi in una tecno-tribal-trash-dance, assicurando - dita sotto il mento - che “Non ce n' è”, Padre Livio da Radio Maria “flauta” dai microfoni che “C’è, ma è un progetto”. L'epidemia si intende. I pipistrelli non c'entrano; tutte frottole; è Satana a comandare la faccenda.

Al risuonare della parola “progetto”, ammetto di avere un riflesso condizionato: i tanti anni passati nella scuola dell'Autonomia me l'hanno resa sospetta. Eccomi dunque di fronte, dopo lunga esperienza di “epidemia del progetto”, al “progetto dell'epidemia”. Giochi del destino.

Che hanno in comune Angela e Padre Livio? Suppongo la disponibilità al pensiero magico; l'interpretazione che tende a stabilire nessi di causa-effetto tra cose materiali, senza darsi la pena di indicare un “mediatore fisico”. Struttura tipica della mentalità medievale. La civetta, tre notti fa, da un albero vicino al nostro tetto, ha cantato tre volte; segnale di sciagura. Ecco spiegata la febbre maligna che ha preso oggi la Sora Checca; e il suo probabile, prossimo schiattamento. Una cometa è comparsa in cielo, un mese fa: naturale, quindi, che da città lontane giungano notizie di bubboni, lesioni e putrefazioni. Governando gli Astri, Dio ci punisce. Preghiamo, dunque, ed espiamo; chè, forse, se va bene, la scapoliamo. Il pensiero magico non descrive, “vede” essenze dietro le cose; e predispone antidoti, scongiuri, esorcismi ed anti-spavento. Che è, poi, il segreto della sua longevità. Ma di mediatori fisici, non cura. Il medesimo uomo può pensare che il serpente avveleni mediante un liquido, e che il canto della civetta faccia ammalare senza contatto.

Ma se la magia accomuna Angela e Padre Livio, che cos'è che li fa diversi? Potremmo dire che la visione occultista della pelvico-schiamazzante (non ce n'è! non ce n'è! non ce n'è!) è di tipo negazionista-complottista-opportunista (il covìddi non è così diverso dall' influenza, solo che i potenti ne approfittano per diffondere il panico; negarci pizze, movide e discoteche, e ridurci in catene). Più avvezzo alle sale-lettura dei Seminari, il “flautante” Livio inclina, invece, verso un complottismo integralista-trascendente (l'infezione perniciosa non è natura, ma artifizio di menti criminali superdirette).

Ora, è qui che abbiamo il problema: tra fiamma che arde e acqua che bolle, c’è pentola che scotta; tra Conte dittatore sanitario e migliaia di medici di pronto soccorso che ricoverano malati con sintomi di polmonite, nulla è dato di trovare in mezzo; come nulla è dato trovare tra Satana e il Conte medesimo (sino a poco fa avvocato civilista); cioè le famose menti criminali – maligno-serventi - cui obbedirebbe.

A questo punto, si potrebbe pensare di risolvere la faccenda con il metodo Buzz Aldrin, il signore che dopo essersi fatto un culo così per andare sulla Luna, per decenni inseguito da squilibrato con Bibbia in mano, sfidante a “giurare mano sul Libro” di esserci veramente andato, non potendone più, all'ennesimo incontro tirò pugno sul naso del pazzo. Ma sarebbe un pessimo esempio. Da escludere. Oppure rifarci al notissimo aforisma di Oscar Wilde sulla vanità del parlare con gli idioti, invariabilmente capaci di “trascinarti sul loro piano e batterti con l'esperienza". Ma, a ben rifletterci, neppure questo sarebbe carino. Accantoniamo l'idea. Ci limiteremo, perciò, a presentare una modesta richiesta: Angela, Padre, voi che i nomi li sapete, fatecene uno; uno che sia uno; e ci accontenteremo.

Certo, gran bella questione, questa dei mediatori fisici. Pensate un po’ che sta al centro delle fisica contemporanea. Da quando Newton si “inventò” la forza di gravità è tutto un secolare scervellarsi su come sia possibile un' “azione a distanza”. Come fa il Sole ad attrarre Giove se in mezzo c’è il vuoto? Einstein, si sa, sparigliò alla grande: piantatela di cercare “forze”, è lo stesso spazio che si incurva per effetto della massa; ma non tutti rimasero soddisfatti, si incurva? e come? per incantesimo? Ci vuole il mediatore, una particella/onda, il “gravitone”. Stanno ancora cercandolo.

'Na roba imbrogliata assai, materia oscura, cosa da tempie tirate. Nel frattempo il video-clip di Angela ha raggiunto la bellezza di 1.622.491 visualizzazioni. Certo, moltissimi avranno aperto solo perché “attratti”; il Trash, se estremo, attira quanto un buco nero. Esilaranti i commenti: si va dal colpo di clava di, “A deficiente fracica”, al colpo di fioretto di, “Ti ringrazio, ero paralizzato a letto dalla nascita, ma sentendo il tuo video ho trovato la forza di alzarmi per cambiare canzone”.

Ma il mondo è di tutti. Come la spiaggia. E nel pazzo frullato internettiano dove tutto si mescola con tutto, ci piace immaginare il giorno in cui all' Influencer di Mondello verrà posta, sulla sabbia, fatale domanda circa i gravitoni.
Cosa risponderà? 
Provate a indovinare.


                                                               Gigi Monello                     

lunedì 18 maggio 2020

Reincarnazioni e fuga di una docente skazzata


Diviso in brevi capitoletti dai titoli eloquenti, questo prezioso libro tratta in forma narrativa degli ‘effetti indesiderati’ che l’insegnamento produce nella vita di chi la scuola la vive da dietro la cattedra e assiste impotente allo svilimento progressivo del nostro Bene Rifugio più importante.
Alla ricerca di un’esistenza fuori dal copione, una prof con la ‘testa sulle spalle’ lascia il cielo di Lombardia, “così bello quando è bello” (ma quando è bello?), per trasferire il suo privatissimo Genius in un altrove fatto di 50 metri di casa popolare, un’amaca sotto una pergola, un piccolo prato su cui camminare a piedi nudi e due rose da coltivare; il tutto in prossimità di un lago vulcanico.
Un piccolo sogno non esaudito è arsenico puro in tutte le pieghe dell’universo’- sentenzia -; l’antidoto? Latte e miele versato sull’altare di Artemide. Così la docente, convinta com’è che a 50 anni si debbano fare i conti con la vita e con la morte, mentre quella strega di Atropo prende le misure del suo filo… decreta sia giunto il momento di una ‘reincarnazione accidentale di percorso’ e di evaporare in un altro dove
Con gli occhi disincantati di chi nella scuola ha assistito e vissuto di tutto, la nostra ricercatrice-di-un-senso racconta con estrema lucidità, ma anche con disinvolta ironia, il gioco perverso che stritola senza scampo i docenti, quando essi non siano in grado di uscire dai suoi ingranaggi avviluppanti, che ammorbano anima e corpo. 
Skazzati o depressi…a ciascuno la scelta! A colloquiare e a raccogliere le confessioni-confidenze dell’io narrante è nientemeno che il grande Socrate, il Maestro per eccellenza, il vecchio Sileno, chiamato in causa con un gustoso dialogo fatto di botta e risposta. La materia è pesante, ma lo scandaglio affonda: ed ecco emergere generazioni di giovani tra pareti scrostate, muri ammuffiti e servizi mal funzionanti, giovani sempre meno attrezzati per diventare adulti e sostituire i vecchi; colleghi dagli sguardi muti o imploranti, che salutano ‘se stessi’ prima di entrare in rotta di collisione con orde di alunni petulanti. Come in un girone dantesco scorre e si perpetua, inesorabilmente, una vita scolastica priva di slanci e bellezza.
D’altronde come potrebbe essere altrimenti? Manipolata a dovere da sofisticati meccanismi economici, politici e culturali, la massa interpreta genialmente un copione,
che neanche Euripide ci sarebbe mai arrivato,…cucitole addosso in modo esemplare. Risultato: chi interpreta, ignora di farlo e sguazza nella sua parte, convinto, perché così gli viene fatto credere, di esserne fuori, di agire autonomamente, di poter scegliere e decidere della e sulla propria esistenza. C’è di che discutere ovviamente…
Resta lo sguardo attento e distante dell’insegnante, capace di sopravvivere nella scuola di (questa) massa, tenendosi ben aggrappata alla bellezza di Rilke, degli asfodeli e di pini secolari. Salvifico in tempi di Dad!

Paola Murru

Liceo Motzo, Quartu S'Elena



LO ZEN E L'ARTE DI SOPRAVVIVERE NELLA SCUOLA DI (QUESTA) MASSA
ovvero tutto quello che avreste voluto sapere sui
docenti skazzati ma che nessuno ha mai
avuto il coraggio di dirvi
autore: Maria Castronovo
euro 6
pp. 48
ISBN 978-88-902371-9-5
Scepsi & Mattana Editori